mercoledì 18 marzo 2015

Amabili resti - A. Sebold

Un libro incontrato per caso in una libreria di libri usati. Scelto perché costava poco ma soprattutto perché suggerito da Franzen in quarta di copertina. Avendo amato moltissimo Libertà mi sono detta che potevo fidarmi del suo autore.
Il libro in effetti non è male. Oscillando tra il thriller e lo psicologico, racconta la vita di una famiglia che affronta, ognuno a suo modo, il dolore per la morte violenta della figlia e/o sorella. Il tutto raccontato tramite lo sguardo nostalgico dell'assassinata, che dal suo personale Cielo osserva la vita che non ha potuto continuare a vivere e come la sua dipartita abbia modificato le vite di chi è rimasto ad affrontare la perdita.
Interessanti in particolare la narrazione della difficoltà dei genitori di affrontare assieme il trauma; difficoltà che trova origine però in una distanza nata tra marito e moglie negli anni e in particolare dopo la nascita dei figli (si capisce per quale motivo questo aspetto del libro mi abbia coplito proprio ora!).
La madre di Susie infatti viene dipinta come una donna che aveva grandi ambizioni, ma finita per restare schiacciata da un ruolo di madre che non aveva scelto.
"Quando aveva scoperto di essere incinta per la terza volta, aveva chiuso dietro un muro la madre più misteriosa. [...] Erano stati innamorati profondamente, totalmente, ognuno a modo suo; senza i figli, mia madre avrebbe potuto recuperare quell'amore, ma con loro cominciò ad allontanarsi." (p. 176-177). Un allontanamento che permette alla madre di ripartire da sé per tornare poi a scegliere ciò che prima si era trovata a vivere senza aver scelto.
Oltre alla madre vengono dipindi in modo profondo il padre, distrutto dal dolore e rifugiatosi nell'amore per i due figli rimasti, e la sorella quasi gemella Lindsey, che trova una sua via per uscire dal dolore, prima respingendolo e poi vivendo le esperienze che la sorella non avrebbe potuto vivere, portandosela con sé, sentendosela camminare affianco. 

Interessante anche la leggerezza con cui il libro sembra ricordare la diffusa banalità del dolore dovuto alla sopraffazione, presente ovunque ("L'orrore sulla terra è reale e accade tutti i giorni", p. 213), eppure fardello dei (tanti) costretti a subirlo: lo portano con sè ovunque in modo più o meno silenzioso, come una barriera che li separa dal resto del mondo. E dolce come ricordi l'importanza di godere dei momenti vissuti, tramite la nostalgia nei confronti della vita da parte della protagonista sottratta troppo presto alle esperienze che avrebbe voluto vivere, dai primi amori, alla semplice possibilità di conoscere meglio la propria madre: "Gli occhi di mia madre erano oceani nei quali ci si perdeva. Pensai che avevo tutta una vita per comprenderli, ma quello fu l'unico giorno che mi venne concesso. Una sola volta sulla Terra l'avevo vista come Abigail, e poi l'avevo lasciata scivolare via senza affannarmi, il mio incanto frenato dal desiderio che lei fosse quella mamma e in quanto tale mi abbracciasse" (p. 53).

Un libro che consiglierei.

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