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giovedì 20 ottobre 2016

Adua - I. Scego

Per la recensione, rimando al blog Impronte di Caffè, che ne ha sintetizzato perfettamente la discussione.
Un libro che non mi spiace di aver letto, perché di colonialismo italiano so poco, ma che ha un potenziale non sviluppato: troppi argomenti, troppa superficialità.

mercoledì 4 marzo 2015

Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa - M. Calabresi

Un bel libro, di facile e veloce lettura. Il semplice racconto di storie particolari, le storie di persone che hanno seguito i propri sogni, perché almeno "un sogno tiene compagnia, mentre se fallisci facendo qualcosa che non ti piace, allora la beffa è doppia" (p. 4).
Dalla zia dell'autore, che giovane sposina è andata a vivere in Africa per mettere in piedi un ospedale, ai giovani che hanno innovato l'attività di famiglia per sottrarla al fallimento: dal ragazzo genovese che studia come poter ancora fare il pescatore nel 2015 senza andare in perdita al piemontese che riscopre la vecchia macina a pietra e sfrutta la moda del biologico per non dover chiudere il mulino che era stato del padre e ancora prima del nonno, vendendo tramite internet (storia raccontata da La Stampa anche qua).
Un libro che regala voglia di fare, di non arrendersi, di non piangersi addosso. Perché, come dice lo psicologo 88enne Marcello Cesa Bianchi, "finché la trottola gira rimane in piedi, quando si ferma è finito il gioco [...] Non state ad aspettare: fate girare la vostra trottola e non fermatevi di fronte alla prima caduta" (p. 39).
Oltre a ciò, anche storie di "resistenti", di adulti che hanno vissuto una vita resistendo al pessimismo nel quale il dolore può spingere, come le due sorelle Bucci, sopravvissute a Birkenau perchè scambiate per gemelle e quindi tenute in vita per gli esperimenti del dottor Mengele, o seguendo i propri sogni,, come il fratello di Paolo Dall'Oglio, Giovanni Dall'Oglio, medico in Africa.
Un libro piacevole, che risulta però quasi una raccolta di articoli/storie per le quali onestamente non spenderei i 17 euro che costa (libro prestato da mia mamma).

giovedì 7 agosto 2014

Tener viva la speranza - H. Abdi

Un altro libro che ho letto con piacere e consiglio vivamente.
Le ragioni: innanzitutto mi ha fatto conoscere la realtà della Somalia, tramite la storia della dottoressa Abdi, che - orfana di madre e data sposa a 12 anni - è riuscita giovanissima a ottenere il divorzio e ad andare a studiare medicina in Russia negli anni Sessanta, per poi tornare a servire il proprio paese come ginecologa, fondando una clinica che - con lo scoppio della guerra civile negli anni Novanta, si è trasformato in un enorme campo profughi.
Questa storia - oltre a essere un'incredibile testimonianza di cosa può fare anche solo un singolo individuo quando determinato - trovo sia interessante perché ci ricorda come le nostre civiltà, le conquiste ottenute (pace, democrazia, benessere,...) siano in realtà dei doni fragili e preziosi. Mi ha ricordato la storia dell'Iran o dell'Afganistan, dove nel corso del Novecento ci sono stati periodi nei quali le donne vestivano all'occidentale, senza velo, ascoltavano musica e sognavano ciò che anche noi sogniamo, mentre oggi le loro nipoti vivono senza i diritti di cui godevano le loro nonne. Anche in Somalia un periodo di relativo benessere (probabilmente limitato ad alcune aree urbane e retto da politiche assolutistiche) ha lasciato il posto alle guerre tribali degli anno novanta che oggi addirittura hanno lasciato il posto a fanatismi religiosi figli dell'ignoranza nella quale i giovani sono cresciuti, privi di istruzione e possibilità e pronti ad abbracciare "teologie della liberazione" che promettono loro una vita migliore. Terribie leggere di come i signori della guerra boicottassero il commercio di banane che i contadini praticavano con l'occidente poiché non potevano trarne guadagno: preferivano affamare i loro concittadini piuttosto che perdere un affare.
Incredibile è poi anche la figura di Hawa Abdi, pronta a perdere la vita pur di portare avanti i suoi ideali - forse anche grazie al fatalismo contadino ereditato dalla nonna che le ricorda che tutti dobbiamo morire e che vale la pena almeno farlo a testa alta, come racconta in occasione della morte di una donna uccisa per essersi opposta ad uno stupro. Una testimonianza preziosa e fiera. Una donna capace di tenere testa agli uomini, per di più in un paese maschilista dove il "povero" marito finisce per andare in crisi davanti ad una donna che guadagna più di lui e realizza più di lui. Una figura che anche in Italia risulterebbe oggi in parte eroica, se si pensa ai tanti femminicidi compiuti da uomini "schiacciati" da donne troppo forti.

giovedì 19 giugno 2014

Un arcobaleno nella notte - D. Lapierre

Libro molto interessante, che ho letto dopo l'autobiografia di Mandela e che consiglio di leggere come complementare ad esso.
Il libro infatti riempie alcuni buchi che l'autobiografia di Mandela, già ricchissima, non riesce e non vuole tappare; soprattutto il volume aiuta a farsi un quadro della situazione che ha portato all'apartheid, raccontando la genesi del processo di colonizzazione del Sudafrica dal XVII secolo e lo scontro tra boeri e inglesi.
Inoltre racconta due storie di boeri che rifiutano le leggi dell'apartheid per schierarsi - in modo diverso - nella lotta per i diritti dei neri.
Il libro però racconta a mio avviso in modo molto scarno l'avventura di Mandela e non permette di comprenderne la reale figura, le scelte e la grandezza del personaggio.
Un libro quindi interessante (soprattutto nella prima parte storica), ma assolutamente in secondo piano rispetto all'autobiografia di Mandela!

mercoledì 11 giugno 2014

Lungo cammino verso la libertà - N. Mandela

Un libro meraviglioso e caldamente consigliato, che mi ha fatto scoprire la storia recente del Sudafrica e il sistema dell'apartheid, che conoscevo solo a linee molto generali e che non pensavo avesse radici in una pretesa "terra santa" affidata da dio al popolo afrikaner (quante somiglianze con un altro famoso, ancora vivo, conflitto territoriale...) né che potesse arrivare a misure quali il rinnovo della pena al suo scadere, senza nuove imputazioni (nel senso che finiti i tre anni che ti avevano dato, decidevano di dartene altri tre senza fare un nuovo processo!); ma che mi ha fatto scoprire anche la lotta di Mandela, di cui ignoravo le fasi ed evoluzioni.

In questa autobiografia Mandela ripercorre tutta la sua vita dall'infanzia al giorno della sua elezione a presidente del Sudafrica.
Il libro, denso e ricco di particolari e di nomi irricordabili, è di facile lettura e non annoia mai. Ma soprattutto è ricco di frasi memorabili e di spunti di riflessione.

SCHIAVITU' DI OPPRESSORI ED OPPRESSI
Il primo spunto lo offre la vita stessa di Mandela, il quale riesce a comprendere la necessità di mettere da parte di rancore per le ingiustizie subite in nome di un'armonia comune; poiché - e questa è una comprensione del problema difficile e rara negli oppressi - anche chi opprime è in realtà vittima: "Chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell'odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L'oppresore e l'oppresso sono entrambi derubati della loro umanità" (ed. UE Feltrinelli, 2008, pg. 578-9).

VIOLENZA
Un secondo elemento di interesse - per una pacifista come me, sempre interrogata però dal ricordo della lotta armata partigiana, è stato il capitolo sulla lotta armata e la scelta, difesa da Mandela, di ricorrere al terrorismo. Premesso che Mandela stesso lottò per un terrorismo che non arrecasse danno alle persone ma solo alle strutture - riflettendo intelligentemente su quando dividesse ancora, dopo 50 anni, il ricordo della sanguinosa guerra anglo-boera (p. 273) - egli afferma a un certo punto che "è l'oppressore a definire la natura dello scontro, e all'oppresso talvolta non resta altra scelta se non usare metodi che rispecchiano quelli dell'oppressore" (p. 166).

RESISTENZA
Interessante anche l'esperienza di 30 anni di carcere. Mandela scrive che "la sfida che si poneva a ogni detenuto, e in particolare ai politici, era quella di sopravvivere al carcere mantenendo la propria integrità [poiché] le autorità carcerarie tentano di sfruttare ogni debolezza, di frustrare ogni iniziativa, di negare ogni manifestazione di individualità, sempre col proposito di spegnere la scintilla di umanità che fa di ognuno di noi ciò che siamo" (p. 371).
Alla fine Mandela finisce per comprendere come "il coraggio non [sia] la mancanza di paura, ma la capacità di vincerla" (p. 577). Chapeau.

LOTTA ALL'IGNORANZA
Infine interessante l'esperienza e le riflessioni sull'importanza di comprendere come spesso il "nemico" sia contro di noi semplicemente perché indottrinato e ignorante. Molti guardiani incontrati in prigione iniziano ad avere rispetto di Mandela e dei suoi compagni, scoprendoli diversi dai pazzi terroristi descritti dal governo: "Era precisamente quello il motivo per cui il National Party avversava così fortemente qualsiasi forma di integrazione. Solo un elettorato bianco indottrinato con l'idea della minaccia nera, ignaro degli ideali e della politica africani poteva sostenere la mostruosa filosofia razzista del National Party. La conoscenza, in quel caso, non avrebbe generato disprezzo, ma comprensione e persino armonia" (p. 242).

Insomma, un libro da tenere; per tornarci su, per rifletterci e non dimenticare.

venerdì 9 maggio 2014

Tempo di uccidere - Flaiano

Ho letto questo libro per il gruppo di lettura a cui sto partecipando, scoprendo che a molti questo libro non è piaciuto.
In sintesi, posso dire che del libro mi è piaciuto:
- il fatto che mi abbia coinvolta, trasmettendomi il sentimento di angoscia vissuto dal protagonista;
- l'ambientazione in un luogo e un'epoca dei quali nessuno parla mai in Italia, quella del colonialismo italiano, delineandone (e facendomi conoscere) alcuni aspetti e ambienti.
Non mi è invece piaciuto:
- la costruzione del romanzo, un po' artificiosa
- il simbolismo a volte oscuro.

Per entrare nel merito, pur avendo molte pecche questo libro a me ha comunque fatto vivere una esperienza interessante, e dato che una delle cose che amo della letteratura è la capacità di farmi vivere storie che non voglio/posso vivere di persona, devo dire che, in linea di massima, mi è piaciuto. Infatti come spesso - purtroppo - mi accade, ho letto questo libro tutto d'un fiato. Scrivo "purtroppo" perchè a volte temo che questa urgenza di finire un libro, sapere cosa accadrà pagina dopo pagina, possa farmi perdere dei dettagli preziosi, fagocitati dalla fretta di terminare. Ma tant'è. Mi appassiono e non riesco a staccarmi dal libro.
Per questo libro tra l'altro ho fatto una cosa che mai avevo fatto in vita mia: a metà volume ho letto l'ultimo capitolo. Questa esigenza è stata dettata non solo dall'ansia di sapere cosa sarebbe successo, ma soprattutto dall'abilità di Flaiano nel creare un personaggio dominato dall'angoscia e dalla paranoia; stati d'animo che - nel mio caso - finivano per coinvolgere pure me in un crescendo di pensieri ossessivi che alla fine ho preferito "gestire" e tenere sotto controllo andando a sbirciare la fine del volume.
Reputo dunque che un grande pregio di questo libro sia la capacità di trasportare il lettore nella storia, e soprattutto nella mente, malata, del protagonista (anche se so che molti del club di lettura sono invece rimasti indifferenti di fronte alle sue vicende), facendomi vivere l'esperienza di un ossessione; nello specifico il pensiero angosciante in cui può cadere chi crede di essersi ammalato di una malattia non curabile e che lo allontanerà da ogni affetto, impedendogli di tornare alla propria vita di prima; e di averlo fatto facendo qualcosa che non avrebbe dovuto fare, secondo i costumi della società (dunque provocandogli un gran senso di colpa), e cioè andando a letto con una persona conosciuta da poco. Nel libro si parla della lebbra, malattia che - a meta del Novecento - era incurabile, ma permetteva di vivere ancora a lungo, spegnendosi però poco a poco. Il libro è della fine degli anni '40, ma io non ho potuto fare a meno di pensare che oggi potrebbe descrivere lo stato di chi contrae l'HIV (malattia affatto sopita in Europa, nonostante - o forse proprio perché - non se ne parli quasi più) per essersi fidato di una persona che magari si era fidata di qualcuno di cui non avrebbe dovuto fidarsi; sembra contorto, ma "tra il 30 % e il 50 % dei sieropositivi dell'UE e sino al 70 % dei sieropositivi dei paesi europei vicini non sanno di essere stati infettati con il virus HIV"; insomma, penso possa far vivere le violente emozioni che immagino si possano provare quando si crede di essersi scavati una fossa da soli...

Tornando al libro, questo è forse l'aspetto che più mi è piaciuto, insieme all'ambientazione coloniale. A proposito di ciò, interessante, anche se non molto esplicita, la critica al colonialismo, incarnata in eroi negativi quali il sottotenente o il maggiore, rappresentazione di quella categoria di soldati partiti per l'Africa al solo scopo di trarne un profitto privato sfruttandola.

Concordo però, infine, coi miei compagni del club di lettura sul fatto che il libro non sia riuscito benissimo a Flaiano, che guarda caso poi non ha più pubblicato romanzi, ma solo forme brevi. Il libro è pieno di simbologie (il camaleonte, il coccodrillo, i profumi) molto opache e l'intreccio è a volte un po' rigido, con situazioni che paiono forzate o soluzioni che calano dall'alto (come le scene finali con Johannes; non dirò di più per non spoilerare troppo).