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sabato 14 maggio 2016

Fuga dal campo 14 - B. Harden

La storia incredibile di un ragazzo nato in un campo di detenzione in Corea del Nord, dove i genitori erano
stati rinchiusi; il padre per una colpa del fratello, la madre per cause non note. Cresce, va a "scuola" (in realtà una sorta di avviamento al lavoro, forzato) assieme a bambini nati come lui nel campo, soggetti agli umori delle guardie (si può morire a otto anni picchiati in classe per aver rubato un paio di chicchi di mais, come una compagna), ignari dell'esistenza di un mondo esterno al campo, di cibi diversi dal cavolo e mais e dai topi catturati e arrostiti (o mangiati crudi per non destare sospetti col fuoco), considerati talmente inutili e sottomessi da non ricevere neppure l'onnipresente propaganda legata ai Leader, padri della nazione.
La possibilità di crescere nell'assenza totale di un'amore famigliare (la madre e il padre sono uniti in matrimonio per volere dei gestori del campo e la madre non degna mai il figlio di amore e attenzione).
Nel libro il protagonista racconta spesso di come l'unico valore appreso fosse quello della sopravvivenza, a costo di sacrificare le persone più vicine (nel caso specifico il tradimento della madre e del fratello, nel timore di una punizione personale) e l'idea che il rimorso e la riflessione sulle proprie azioni possa avvenire solo quando si è "al sicuro": "Nel Campo 14 non era mai stato sfiorato dal senso di colpa. [...] Ma ora era un sopravvissuto adulto, e con l’aumentare del suo distacco emotivo dal campo l’ira lasciava spazio al rimorso e al disprezzo di sé. [...] Avendo visto con i suoi occhi come si comportano le famiglie amorevoli, non riesce a sopportare il ricordo del figlio che è stato." (p. 196).
Questo libro mi ha ricordato molto L'eliminazione, con la differenza che - in quello - il protagonista veniva costretto a degradarsi e a dimenticare la propria umanità per poter sopravvivere, mentre in questo l'aspetto incredibile è che il protagonista nasce in tale contesto e conosce solo quello; aspetto che gli renderà difficile, anche una volta fuggito, riuscire ad apprendere i - per noi normali - sentimenti di amore e fiducia. Questo aspetto fa riflettere sull'importanza, nell'educazione, dell'esperienza personale: solo esperendo l'amore lo posso vivere, capire e riprodurre, da adulto.

sabato 9 maggio 2015

Roderick Duddle - M. Mari

Un libro godibilissimo.
Un sottile gioco letterario pieno di citazioni che sicuramente non ho colto (per fare un esempio, ne cito una delle poche che ho colto: "Cosa avresti sentito nel tuo animo così predisposto, se avessi visto all'ancora, disalberata e deserta, una nave chiamata Pequod, e un vecchio marinaio te ne avesse raccontato la storia?").
Il libro è ambientato in un'immaginaria Inghilterra dickensiana, tra orfani, crudeli badesse, sicari e gestori di bordelli che si muovono in ambienti dai nomi evocativi, dalla losca locanda dell'Oca Rossa al ricco palazzo della famiglia Pemberton. La trama intricata intreccia le avventure dei diversi personaggi, che convergono attorno ad un medesimo obiettivo: trovare Roderick per mettere le mani su un'eredità.
Il libro, a mio avviso, non ha alcuna pretesa sociodescrittiva, né vuole proporre al lettore chissà quale riflessione sui destini umani, come pure ha scritto altri "recensori" di questo libro (segnalo un'ottima recensione trovata online della quale condivido ogni parola!) E' pura avventura e intrigo, divertimento letterario e giochi linguisitici, scritto con molta ironia e appelli al lettore, in pure stile 800esco. Inoltre l'autore riesce a descrivere molto bene e con pochi tratti gli ambienti, tanto che il lettore riesce a visualizzare molto bene gli spazi e si sente davvero trascinato  in essi.
Ma proprio per questa "leggerezza" il libro si lascia leggere con estremo piacere.
Un libro che consiglierei in vacanza o comunque per distrarsi dal tran tran quotidiano e trovarsi immersi nelle cupe celle di un convento o nel bel mezzo di una tempesta oceanica!