Questo libro è da leggere come controcanto di libri quali "La fine è il mio inizio". Mostra infatti un Terzani in affanno, decisamente poco "guru" e impegnato a lottare con fatica per definire la propria identità - di giornalista prima ancora che di uomo - e contro la propria depressione.E' interessante infatti vedere gli alti e bassi di Terzani, l'infrangersi dell'entusiasmo per aver colto un briciolo di verità già solo la mattina dopo l'illuminante scoperta.Interessante anche il rapporto col suo gru delle montagne: in un primo momento lo aiuta a trovare molte risposte, poi gli diventa stretto. Scrive Terzani: "Vivek mi ha aiutato moltissimo [....] perché mi ha fatto vedere le cose da un altro punto di vista nel quale ho trovato conforto, forza e ispirazione per mettere a punto un mio modo di vedere la vita. Non per comperare a scatola chiusa un pacchetto di idee che - a essere cattivo - non vedo funzionare bene neppure col suo rivenditore" (p. 425). La consapevolezza, insomma, che "non c'è una scorciatoia a nulla e l'unica soluzione è quella conosciuta e che l'ultima risorsa siamo noi, una volta messa da parte la speranza di una soluzione altrove" (p.
Alcune sue riflessioni mi hanno colpito: la sua ansia di cercare sempre il nuovo, "questo mio scappare, questo seguire una qualche traccia per andare altrove [anche se ormai il] nuovo è sempre una versione del conosciuto" (p.268).
Bella anche la riflessione sulla fortuna degli europei di avere un luogo dove sentirsi a casa, a differenza degli asiatici (si riferisce in particolare a Macao) dove le città cambiano vorticosamente e ci si trova senza punti di riferimento; scrive alla figlia "A quale immagine di città ricorri quando vuoi sapere chi sei? Quando vuoi trovare la forza di sentirti diversa dal montare della marea altrui? Il vantaggio di noi europei è almeno quello di avera ancora delle città in cui riconoscersi, in cui non tutti i punti di riferimento sono cambiati [...]" (p. 290).

