sabato 29 novembre 2014

Per legge superiore - G. Fontana

Quando le attese sono troppo alte, si resta facilmente delusi, ed è il caso di questo libro, che mi era mi era stato caldamente consigliato da una persona di fiducia, ma che non ha soddisfatto le aspettative.
Ho trovato infatti i personaggi scontati e le loro azioni e scelte prevedibili (per un'idea della trama, rimando al sito della casa editrice). Interessante sicuramente la riflessione sulla giustizia e sui rischi che essa sia amministrata in modo meccanico e poco etico, ma la riflessione mi pare già ampiamente trattata e poco originale. Anche i personaggi sono scontati: il vecchio magistrato e la giovane giornalista...mah...
Chi associa questo libro di Fontana a Sciascia a mio avviso fa un gran torto a Sciascia, di ben altra profondità di analisi!
Uniche due cose positive:
- il libro si lascia leggere facilmente poiché è ben scritto da un punto di vista stilistico
- bella la descrizione di Milano, di via Padova, di luoghi nei quali ritrovarsi a camminare affianco ai protagonisti; ma questo lo può apprezzare solo un milanese - nativo o acquisito.
Non è un libro che consiglio di comprare, ma se vi capita di leggerlo può essere un piacevole passatempo.
Non è piaciuto neppure ai miei compagni del club Scemo chi legge Bruxelles, come potete leggere qua; e mi spiace, dato che il libro l'avevo proposto proprio io!! Sob...

domenica 28 settembre 2014

Il purtroppo delle cose - D. Verhulst

L'autobiografia dell'autore belga fiammingo, che racconta la vita in seno alla sua famiglia di origine, composta da padre e zii alcolizzati e una madre (ex?)tossica assente. Libro però pieno di humour, che descrive anche gli aspetti più affettuosi di questa "comunità" famigliare in cerca di sopravvivenza.
Ho provato a leggerlo in francese, ma mi sono arenata. In effetti uno dei piaceri del libro è il linguaggio familiare e sboccato del protagonista, lontano dal francese standard che ho studiato e uso nel quotidiano (il libro in realtà è scritto in fiammingo e quella francese è dunque comunque una traduzione).
Il libro è a mio avviso piacevole, nonostante il tema sia piuttosto pesante dato che racconta senza filtri il degrado di questa famiglia dedita all'alcol e a una vita sbandata al punto che il protagonista, ragazzo, viene affidato a una famiglia affidataria, evento che gli permetterà di riscattarsi e diventare ciò che è diventato.
Inoltre il libro è interessante per conoscere alcuni aspetti di una provincia belga (ma probabilmente potrebbe essere anche italiana) che mi è ignota.
Per altre info, si può leggere qua la discussione che abbiamo avuto attorno a questo libro al club di lettura di Scemo chi legge.

domenica 24 agosto 2014

Avevano spento anche la luna - R. Sepetys

Questo interessante libro mi ha permesso di scoprire una storia che conoscevo male e solo per cenni. Il romanzo tratta la deportazione nei gulag dei Lituani considerati antisovietici (bibliotecari, intellettuali, ecc...) dopo l'invasione della Lituania nel 1940.
Il libro ricorda le memorie dei deportati ebrei ad opera dei nazisti: intere famiglie e bambini lasciati a morire di fame in campi di lavoro, uccisi per un nonnulla, impegnati quotidianamente in una lotta per la vita.
Il libro è un romanzo e non un'autobiografia, ma potrebbe tranquillamente essere adottato in una classe - forse delle superiori - per aiutare a comprendere a che punto può arrivare la follia umana. Mi ha ricordato, come emozioni, il libro sui deportati cambogiani, con la differenza che quest'ultimo possiede forse una forza maggiore, dovuta al suo essere un'autobiografia.
Un libro che consiglierei.

giovedì 21 agosto 2014

I Buddenbrook - T. Mann

Romanzo con due assi di interesse, almeno per me
 Da un lato la rappresentazione storica della società borghese e del mondo commerciale nella Germania ottocentesca. Dall'altro le relazioni tra fratelli in tale contesto alto borghese, l'importanza del decoro, l'impossibilità di vivere una vita secondo i propri desideri (o meglio, la possibilità di farlo a costo di perdere qualsiasi diritto sui propri beni e il rispetto della Società).
Interessante anche vedere come l'evoluzione sociale renda difficile ai giovani il vivere "come i vecchi", per i quali mancava uno spirito introspettivo e dunque era più semplice accettare norme e costumi immutabili.
Un libro non memorabile ma una famiglia che mi ha tenuto piacevolmente compagnia con tutte le loro intricate e banali vicende quotidiane, le nascite e le morti e il passare del tempo che tutto cancella. Interessante forse questa sensazione che lascia il libro, nel quale vengono sotterrati prima i vecchi e poi i giovani diventati vecchi ecc...; sensazione di transitorietà e di vacuità di molte faccende terrene, che spinge a vivere e gioire di ogni momento in cui tracciamo la nostra storia nel libro della nostra famiglia.

giovedì 7 agosto 2014

Tener viva la speranza - H. Abdi

Un altro libro che ho letto con piacere e consiglio vivamente.
Le ragioni: innanzitutto mi ha fatto conoscere la realtà della Somalia, tramite la storia della dottoressa Abdi, che - orfana di madre e data sposa a 12 anni - è riuscita giovanissima a ottenere il divorzio e ad andare a studiare medicina in Russia negli anni Sessanta, per poi tornare a servire il proprio paese come ginecologa, fondando una clinica che - con lo scoppio della guerra civile negli anni Novanta, si è trasformato in un enorme campo profughi.
Questa storia - oltre a essere un'incredibile testimonianza di cosa può fare anche solo un singolo individuo quando determinato - trovo sia interessante perché ci ricorda come le nostre civiltà, le conquiste ottenute (pace, democrazia, benessere,...) siano in realtà dei doni fragili e preziosi. Mi ha ricordato la storia dell'Iran o dell'Afganistan, dove nel corso del Novecento ci sono stati periodi nei quali le donne vestivano all'occidentale, senza velo, ascoltavano musica e sognavano ciò che anche noi sogniamo, mentre oggi le loro nipoti vivono senza i diritti di cui godevano le loro nonne. Anche in Somalia un periodo di relativo benessere (probabilmente limitato ad alcune aree urbane e retto da politiche assolutistiche) ha lasciato il posto alle guerre tribali degli anno novanta che oggi addirittura hanno lasciato il posto a fanatismi religiosi figli dell'ignoranza nella quale i giovani sono cresciuti, privi di istruzione e possibilità e pronti ad abbracciare "teologie della liberazione" che promettono loro una vita migliore. Terribie leggere di come i signori della guerra boicottassero il commercio di banane che i contadini praticavano con l'occidente poiché non potevano trarne guadagno: preferivano affamare i loro concittadini piuttosto che perdere un affare.
Incredibile è poi anche la figura di Hawa Abdi, pronta a perdere la vita pur di portare avanti i suoi ideali - forse anche grazie al fatalismo contadino ereditato dalla nonna che le ricorda che tutti dobbiamo morire e che vale la pena almeno farlo a testa alta, come racconta in occasione della morte di una donna uccisa per essersi opposta ad uno stupro. Una testimonianza preziosa e fiera. Una donna capace di tenere testa agli uomini, per di più in un paese maschilista dove il "povero" marito finisce per andare in crisi davanti ad una donna che guadagna più di lui e realizza più di lui. Una figura che anche in Italia risulterebbe oggi in parte eroica, se si pensa ai tanti femminicidi compiuti da uomini "schiacciati" da donne troppo forti.

domenica 3 agosto 2014

Expo 58 - J. Coe


Un romanzo leggero, ben scritto, col pregio di raccontare una Bruxelles del 1958, un'atmosfera e un periodo storico particolare: quello dell'incontro tra culture e nazioni alla Esposizione Universale del 1958 in Belgio, la prima dopo la seconda guerra mondiale.
Il libro presenta un intrigo da spy-story ma in realtà delinea anche uno spaccato sulla società postbellica,dove gli impegni coniugali e la rincorsa della felicità individuale erano frenati dai vincoli sociali e dalle regole piccolo borghesi.
Il romanzo quindi racconta la possibile fuga dalla routine coniugale con un protagonista dilaniato dalla scelta tra una felicità possibile, ma socialmente inaccettabile e una routine rassicurante, ma noiosa e triste.
Un libro da compagnia, ma con qualche pretesa di contenuto. Piacevole ma non essenziale.

mercoledì 30 luglio 2014

Un'idea di destino - T. Terzani

Questo libro è da leggere come controcanto di libri quali "La fine è il mio inizio". Mostra infatti un Terzani in affanno, decisamente poco "guru" e impegnato a lottare con fatica per definire la propria identità - di giornalista prima ancora che di uomo - e contro la propria depressione.E' interessante infatti vedere gli alti e bassi di Terzani, l'infrangersi dell'entusiasmo per aver colto un briciolo di verità già solo la mattina dopo l'illuminante scoperta.
Interessante anche il rapporto col suo gru delle montagne: in un primo momento lo aiuta a trovare molte risposte, poi gli diventa stretto. Scrive Terzani: "Vivek mi ha aiutato moltissimo [....] perché mi ha fatto vedere le cose da un altro punto di vista nel quale ho trovato conforto, forza e ispirazione per mettere a punto un mio modo di vedere la vita. Non per comperare a scatola chiusa un pacchetto di idee che - a essere cattivo - non vedo funzionare bene neppure col suo rivenditore" (p. 425). La consapevolezza, insomma, che "non c'è una scorciatoia a nulla e l'unica soluzione è quella conosciuta e che l'ultima risorsa siamo noi, una volta messa da parte la speranza di una soluzione altrove" (p.
Alcune sue riflessioni mi hanno colpito: la sua ansia di cercare sempre il nuovo, "questo mio scappare, questo seguire una qualche traccia per andare altrove [anche se ormai il] nuovo è sempre una versione del conosciuto" (p.268).
Bella anche la riflessione sulla fortuna degli europei di avere un luogo dove sentirsi a casa, a differenza degli asiatici (si riferisce in particolare a Macao) dove le città cambiano vorticosamente e ci si trova senza punti di riferimento; scrive alla figlia "A quale immagine di città ricorri quando vuoi sapere chi sei? Quando vuoi trovare la forza di sentirti diversa dal montare della marea altrui? Il vantaggio di noi europei è almeno quello di avera ancora delle città in cui riconoscersi, in cui non tutti i punti di riferimento sono cambiati [...]" (p. 290).

domenica 27 luglio 2014

Pane e tempesta - S. Benni

Un libro, un divertissement. Le storie stralunate, magiche e poetiche di un borgo di montagna - isolato, povero ma felice - minacciato dalla civiltà - magnona e mangiasogni.
Un libro che si lascia leggere con piacere, scivolando tra gnomi e nomi fantastici tipici della penna di Stefano Benni; il quale però ripete un po' troppo se stesso tanto che sembra di leggere un libro già letto: i buoni e i cattivi, il bianco e il nero, una visione semplicistica della civiltà moderna, che però di sicuro ne sottolinea i pericoli, reali. E che ci ricorda di sognare sempre il meglio, di non dimenticare l'importanza dei rapporti umani e di resistere di fronte alle tempeste perché "il tempo è un grande fiume. [...] Anche se quell'acqua a volte è torbida, sappi che il grande fiume scorre limpido, prima e dopo di noi".
Un libro che non mi dispiace aver letto, ma neppure di aver (p)reso in biblioteca.

martedì 15 luglio 2014

Il Budda delle periferie - H. Kureishi

Ottimo libro, sia da un punto di vista stilistico che di contenuto.
La scrittura scorre veloce, rendendo la lettura piacevole e avvolgente, senza raggiungere vette poetiche ma permettendo di godersi il testo e il contenuto, a mio avviso il vero cuore di questo libro.
L'autore infatti, raccontando la maturazione del giovane ragazzo anglo-indiano Karim, riesce sia a dare un interessante ritratto della Londra anni Settanta da un punto di vista culturale - la musica hippy, il desiderio di liberazione sessuale, il bisogno di evadere da una società centrata sul lavoro e i doveri - e politico - la lotta di classe, le tensioni tra la comunità nera e quella bianca - sia, soprattutto, a tracciare un'interessantissima analisi dei rapporti umani creando un campionario di possibili errori e difficoltà incarnate in ogni coppia del romanzo: i due zii indiani, chiusi - soprattutto il marito - nella loro cultura d'origine e incapaci di aprirsi al nuovo, gli zii britannici, incapaci a loro volta di uscire da schemi sociali rigidi e precostituiti (anche se Ted mostrerà una strada di liberazione), i genitori di Karim, incapaci di ascoltarsi e parlarsi dopo anni di matrimonio e routine, nonostante la presunta e quantomai vaga "saggezza" che il padre vende agli inglesi bisognosi di trovare il proprio "Budda", e al tempo stesso anche la nuova coppia che il padre forma con la nuova donna, Eva, alla ricerca di una felicità nuova, libera dalle costrizioni borghesi matrimoniali, fuoco di paglia che finisce per essere suggellato da un matrimonio arrivato quando ormai i due amanti hanno smesso di ascoltarsi e osservarsi. Il trionfo dell'inascolto, delle relazioni che non trovano una via di dialogo che permetta un percorso condiviso: non si salva per Karim la relazione con l'amica d'infanzia Jamila, con l'amico Charlie, con l'amata Eleanor, con un fratello pressoché sconosciuto, ecc... Per ognuno di essi resta immutato l'affetto, ma l'incapacità di condividere i percorsi e di capire quelli altrui porta alla triste solitudine di ognuno e del protagonista.
Un finale un po' amaro quello del romanzo, che si chiude per Karim con una scelta lavorativa non troppo diversa dal lavoro impiegatizio del padre, e con una cena che dovrebbe essere una festa, nella quale però emerge solo, a mio avviso, la presa di coscienza del protagonista - "felice e triste" al tempo stesso - relativamente all'impossibilità di elevarsi da  una situazione di anaffettività e solitudine, riempita dalla vicinanza della famiglia allargata, presente e vicina, ma fondamentalmente distante e incapace di comprenderlo a fondo. Certo, il romanzo finisce con una frase di speranza ("Forse in futuro avrei vissuto con maggiore profondità. [...] Pesavo a che casino era stata la vita finora, e che non sarebbe andata sempre così"), ma sta a noi aver fiducia nel fatto che quelle di Karim non siano solo speranze. E soprattutto cercare di costruirci una vita diversa!

giovedì 19 giugno 2014

Un arcobaleno nella notte - D. Lapierre

Libro molto interessante, che ho letto dopo l'autobiografia di Mandela e che consiglio di leggere come complementare ad esso.
Il libro infatti riempie alcuni buchi che l'autobiografia di Mandela, già ricchissima, non riesce e non vuole tappare; soprattutto il volume aiuta a farsi un quadro della situazione che ha portato all'apartheid, raccontando la genesi del processo di colonizzazione del Sudafrica dal XVII secolo e lo scontro tra boeri e inglesi.
Inoltre racconta due storie di boeri che rifiutano le leggi dell'apartheid per schierarsi - in modo diverso - nella lotta per i diritti dei neri.
Il libro però racconta a mio avviso in modo molto scarno l'avventura di Mandela e non permette di comprenderne la reale figura, le scelte e la grandezza del personaggio.
Un libro quindi interessante (soprattutto nella prima parte storica), ma assolutamente in secondo piano rispetto all'autobiografia di Mandela!

mercoledì 11 giugno 2014

Lungo cammino verso la libertà - N. Mandela

Un libro meraviglioso e caldamente consigliato, che mi ha fatto scoprire la storia recente del Sudafrica e il sistema dell'apartheid, che conoscevo solo a linee molto generali e che non pensavo avesse radici in una pretesa "terra santa" affidata da dio al popolo afrikaner (quante somiglianze con un altro famoso, ancora vivo, conflitto territoriale...) né che potesse arrivare a misure quali il rinnovo della pena al suo scadere, senza nuove imputazioni (nel senso che finiti i tre anni che ti avevano dato, decidevano di dartene altri tre senza fare un nuovo processo!); ma che mi ha fatto scoprire anche la lotta di Mandela, di cui ignoravo le fasi ed evoluzioni.

In questa autobiografia Mandela ripercorre tutta la sua vita dall'infanzia al giorno della sua elezione a presidente del Sudafrica.
Il libro, denso e ricco di particolari e di nomi irricordabili, è di facile lettura e non annoia mai. Ma soprattutto è ricco di frasi memorabili e di spunti di riflessione.

SCHIAVITU' DI OPPRESSORI ED OPPRESSI
Il primo spunto lo offre la vita stessa di Mandela, il quale riesce a comprendere la necessità di mettere da parte di rancore per le ingiustizie subite in nome di un'armonia comune; poiché - e questa è una comprensione del problema difficile e rara negli oppressi - anche chi opprime è in realtà vittima: "Chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell'odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L'oppresore e l'oppresso sono entrambi derubati della loro umanità" (ed. UE Feltrinelli, 2008, pg. 578-9).

VIOLENZA
Un secondo elemento di interesse - per una pacifista come me, sempre interrogata però dal ricordo della lotta armata partigiana, è stato il capitolo sulla lotta armata e la scelta, difesa da Mandela, di ricorrere al terrorismo. Premesso che Mandela stesso lottò per un terrorismo che non arrecasse danno alle persone ma solo alle strutture - riflettendo intelligentemente su quando dividesse ancora, dopo 50 anni, il ricordo della sanguinosa guerra anglo-boera (p. 273) - egli afferma a un certo punto che "è l'oppressore a definire la natura dello scontro, e all'oppresso talvolta non resta altra scelta se non usare metodi che rispecchiano quelli dell'oppressore" (p. 166).

RESISTENZA
Interessante anche l'esperienza di 30 anni di carcere. Mandela scrive che "la sfida che si poneva a ogni detenuto, e in particolare ai politici, era quella di sopravvivere al carcere mantenendo la propria integrità [poiché] le autorità carcerarie tentano di sfruttare ogni debolezza, di frustrare ogni iniziativa, di negare ogni manifestazione di individualità, sempre col proposito di spegnere la scintilla di umanità che fa di ognuno di noi ciò che siamo" (p. 371).
Alla fine Mandela finisce per comprendere come "il coraggio non [sia] la mancanza di paura, ma la capacità di vincerla" (p. 577). Chapeau.

LOTTA ALL'IGNORANZA
Infine interessante l'esperienza e le riflessioni sull'importanza di comprendere come spesso il "nemico" sia contro di noi semplicemente perché indottrinato e ignorante. Molti guardiani incontrati in prigione iniziano ad avere rispetto di Mandela e dei suoi compagni, scoprendoli diversi dai pazzi terroristi descritti dal governo: "Era precisamente quello il motivo per cui il National Party avversava così fortemente qualsiasi forma di integrazione. Solo un elettorato bianco indottrinato con l'idea della minaccia nera, ignaro degli ideali e della politica africani poteva sostenere la mostruosa filosofia razzista del National Party. La conoscenza, in quel caso, non avrebbe generato disprezzo, ma comprensione e persino armonia" (p. 242).

Insomma, un libro da tenere; per tornarci su, per rifletterci e non dimenticare.

lunedì 2 giugno 2014

La ragazza del secolo scorso - R. Rossanda

Libro mollato a pagina 88 (di 385!). Il libro sembra molto interessante, per la testimonianza storica e umana che rende, ma trovo la scrittura inutilmente pomposa, poco scorrevole, manieristica. Forse lo riprenderò in mano, ma non so...

mercoledì 28 maggio 2014

Open - A. Agassi

Libro ben scritto e divorato, come sempre, nonostante a volte mi perdessi tra tie-break e match, game e descrizioni di partite che non ho visto e non ricordo.
Il libro credo possa appassionare i fan di Agassi, chi l'ha seguito per anni e ricorda vittorie e sconfitte, ma il suo valore esula da queste memorie cronachistiche: il libro infatti racconta il duro processo di crescita di Agassi nel tentativo di crearsi una propria identità e sfuggire dalla gabbia tennisitica paterna. Il succo non è chissà quale: si è felici quando si ama e si è amati, quando si riesce a cogliere e ad esprimere se stessi, quando si lotta per ciò che si vuole davvero. Ciò che vale è la testimonianza dettagliata di come si possa far fatica ad arrivare a queste ovvie verità, a viverle pienamente e non solo a raccontar(se)le.

venerdì 16 maggio 2014

Stoner - J. Williams

Questo libro l'ho letto qualche mese fa ed è già finito, in parte, nel dimenticatoio. Forse non un buon segno.
Ricordo poche cose:
- una scrittura fluida, armonica, piacevole;
- l'analisi lucida e spietata delle dinamiche relazionali tra i personaggi e del dramma che certe persone vivono nel restare - loro malgrado - imprigionate nella propria infelicità, vittime e carnefici di se stessi e di chi hanno intorno;
- un senso di fastidio di fronte al protagonista, il solito inetto che ti viene voglia di prendere le spalle e scuotere urlandogli: "Reagisci e vivi, per Dio!!".
Un libro, però, che non mi ha particolarmente colpito.

venerdì 9 maggio 2014

Tempo di uccidere - Flaiano

Ho letto questo libro per il gruppo di lettura a cui sto partecipando, scoprendo che a molti questo libro non è piaciuto.
In sintesi, posso dire che del libro mi è piaciuto:
- il fatto che mi abbia coinvolta, trasmettendomi il sentimento di angoscia vissuto dal protagonista;
- l'ambientazione in un luogo e un'epoca dei quali nessuno parla mai in Italia, quella del colonialismo italiano, delineandone (e facendomi conoscere) alcuni aspetti e ambienti.
Non mi è invece piaciuto:
- la costruzione del romanzo, un po' artificiosa
- il simbolismo a volte oscuro.

Per entrare nel merito, pur avendo molte pecche questo libro a me ha comunque fatto vivere una esperienza interessante, e dato che una delle cose che amo della letteratura è la capacità di farmi vivere storie che non voglio/posso vivere di persona, devo dire che, in linea di massima, mi è piaciuto. Infatti come spesso - purtroppo - mi accade, ho letto questo libro tutto d'un fiato. Scrivo "purtroppo" perchè a volte temo che questa urgenza di finire un libro, sapere cosa accadrà pagina dopo pagina, possa farmi perdere dei dettagli preziosi, fagocitati dalla fretta di terminare. Ma tant'è. Mi appassiono e non riesco a staccarmi dal libro.
Per questo libro tra l'altro ho fatto una cosa che mai avevo fatto in vita mia: a metà volume ho letto l'ultimo capitolo. Questa esigenza è stata dettata non solo dall'ansia di sapere cosa sarebbe successo, ma soprattutto dall'abilità di Flaiano nel creare un personaggio dominato dall'angoscia e dalla paranoia; stati d'animo che - nel mio caso - finivano per coinvolgere pure me in un crescendo di pensieri ossessivi che alla fine ho preferito "gestire" e tenere sotto controllo andando a sbirciare la fine del volume.
Reputo dunque che un grande pregio di questo libro sia la capacità di trasportare il lettore nella storia, e soprattutto nella mente, malata, del protagonista (anche se so che molti del club di lettura sono invece rimasti indifferenti di fronte alle sue vicende), facendomi vivere l'esperienza di un ossessione; nello specifico il pensiero angosciante in cui può cadere chi crede di essersi ammalato di una malattia non curabile e che lo allontanerà da ogni affetto, impedendogli di tornare alla propria vita di prima; e di averlo fatto facendo qualcosa che non avrebbe dovuto fare, secondo i costumi della società (dunque provocandogli un gran senso di colpa), e cioè andando a letto con una persona conosciuta da poco. Nel libro si parla della lebbra, malattia che - a meta del Novecento - era incurabile, ma permetteva di vivere ancora a lungo, spegnendosi però poco a poco. Il libro è della fine degli anni '40, ma io non ho potuto fare a meno di pensare che oggi potrebbe descrivere lo stato di chi contrae l'HIV (malattia affatto sopita in Europa, nonostante - o forse proprio perché - non se ne parli quasi più) per essersi fidato di una persona che magari si era fidata di qualcuno di cui non avrebbe dovuto fidarsi; sembra contorto, ma "tra il 30 % e il 50 % dei sieropositivi dell'UE e sino al 70 % dei sieropositivi dei paesi europei vicini non sanno di essere stati infettati con il virus HIV"; insomma, penso possa far vivere le violente emozioni che immagino si possano provare quando si crede di essersi scavati una fossa da soli...

Tornando al libro, questo è forse l'aspetto che più mi è piaciuto, insieme all'ambientazione coloniale. A proposito di ciò, interessante, anche se non molto esplicita, la critica al colonialismo, incarnata in eroi negativi quali il sottotenente o il maggiore, rappresentazione di quella categoria di soldati partiti per l'Africa al solo scopo di trarne un profitto privato sfruttandola.

Concordo però, infine, coi miei compagni del club di lettura sul fatto che il libro non sia riuscito benissimo a Flaiano, che guarda caso poi non ha più pubblicato romanzi, ma solo forme brevi. Il libro è pieno di simbologie (il camaleonte, il coccodrillo, i profumi) molto opache e l'intreccio è a volte un po' rigido, con situazioni che paiono forzate o soluzioni che calano dall'alto (come le scene finali con Johannes; non dirò di più per non spoilerare troppo).

lunedì 28 aprile 2014

Lisario o il piacere infinito delle donne - A. Cilento

Ammiccante fin dal titolo, l'autrice gioca molto nelle prime pagine a stuzzicare il lettore con gli aspetti pruriginosi citati nel titolo, per poi dedicarsi nel romanzo a tutt'altra avventura. L'ho trovato un espediente furbetto - e non necessario - che mi ha guastato in parte la lettura del libro: non amo sentirmi in antagonismo con l'autore, sentirmi una preda caduta nella sua rete. Peccato perché la storia era originale e molto efficace è il quadro storico della Napoli seicentesca di Masaniello, caravaggisti e signorotti napoletani.
Deludente a mio avviso anche, nel finale, l'intreccio e l'esito altamente improbabile del naufragio (resto nel vago per chi volesse leggere) che mi fa sembrare tutto una farsa.
Insomma, un libro da ombrellone.

domenica 16 marzo 2014

Sono graditi visi sorridenti - Franco e Andrea Antonello

La fascetta, la frase fatta che ti viene in mente subito è "Il libro che tutti i genitori dovrebbero leggere".
Questo libro racconta la storia (vera) di Franco e suo figlio Andrea, che a quattro anni diventa autistico. Racconta la lotta del padre per aiutare il figlio a comunicare, a vivere una vita il più possibile a contatto con le persone, sentendosi amato.
Forse la cosa più bella del libo è la (tras)formazione di Franco, il padre: da uomo disperato a padre felice e impegnato, al fianco di suo figlio. Ci insegna che a volte quella che può sembrare una tragedia, in realtà può rivelare potenzialità impreviste. 
Il libro non vuole essere un saggio scientifico e per esempio non specifica che i gradi di autismo sono vari e che non tutti possono fare i progressi che ha fatto Andrea, che ora riesce a comunicare, scrivendo da solo tramite il computer. Però quello che colpisce è che si ha la netta percezione che i risultati raggiunti da Andrea sono il frutto del lavoro e dell'impegno del padre e di chi gli è stato vicino, ed è chiaro, dopo la lettura, che anche se non sappiamo fin dove arriveranno i nostri sforzi per aiutare le persone attorno a noi, questi sforzi frutteranno comunque e daranno a queste persone molto di più di quello che avrebbero avuto senza di essi.
Interessante infine il punto di vista di Andrea, la sua voce che ci ricorda che gli autistici si isolano non perché non vogliono la compagnia degli altri, ma perché fanno un'enorme fatica a gestirla, e che anzi anelano all'amicizia, alla compagnia, e all'integrazione scolastica più di ogni altra cosa.
Bellissimo.

venerdì 28 febbraio 2014

L'eliminazione - R. Panh

Un altro di quei libri che vorresti che tutti leggessero. Racconta la storia incredibile di ciò che è avvento in Cambogia dopo la presa al potere di Pol Pot. L'autore, figlio tredicenne di un politico e professore, viene deportato con tutta la famiglia, che viene dispersa e decimata poco a poco, costretta a diventare "popolo vecchio", cioè contadino, operaio o tecnico della rivoluzione. In un piano folle, dominato da slogan e lavaggi di cervello, intellettuali, medici, professori, sono spogliati di ogni loro competenza, gli ospedali vengono affidati a contadini, le medicine considerate frutto del demonio occidentale e - cosa agghiacciante - la vita umana perde qualsiasi valore.
Più si procede con la lettura, che alterna i ricordi del ragazzo alle interviste che fa, adulto, a Duch, il maggiore aguzzino del campo di tortura S21, più il libro senza frutto di fantasia; sembra incredibile sia accaduto meno di quarant'anni fa...
Quello che fa più paura però è la capacità disumanizzante delle divise e degli ordini. Come scrive l'autore "Non  c'è dunque coscienza: niente interiorità. Duch conosce solo la relazione con l'altro e questa passa per l'autorità, la sottomissione e gli ordini". Ricorda l'autore Anna Arendt e la banalità del male, ma cerca di andare oltre, a porre l'accento sull' "uomo pensante" che veste quella divisa e che ne deve assumere le responsabilità.

Libri come questi vanno letti, per non dimenticare i danni della violenza, che, come ricorda l'autore all'inizio del libro, purtroppo spesso penetra nelle viscere delle vittime, pronta a trasformarle in nuovi aguzzini "E' cos' che si perpetua la violenza. Il male che mi è stato fatto, adesso è dentro di me. Potente. Mi controlla. Ci vorranno tanti anni tanti incontri, tante lacrime, tanti libri, per riuscire a tenerlo a bada"

sabato 8 febbraio 2014

Kamchatka - Marcelo Figueras

Un libro che mi ha colpito perché racconta il dramma dei desaparecidos argentini dal punto di vista di un bambino. 

In realtà poco viene raccontato di questa realtà - per capirci, non consiglierei questo libro a qualcuno che volesse approfondire gli eventi del golpe argentino; l'attenzione è piuttosto concentrata sulle reazioni di un ragazzino di dieci anni al rischio della perdita dei propri legami fondamentali: l'amico del cuore, il proprio quartiere, ma soprattutto i propri genitori.
Molto intense le pagine relative ai legami ed affetti, scritte dal narratore ormai cresciuto mantenendo però il punto di vista del sè bambino. Molto poetiche, composte in brevi capitoli ricchi di immagini oniriche e ironiche; pagine poco politiche, che preferiscono concentrarsi nel tentativo di ridare senso a una vita, a una narrazione, interrotta anzitempo senza aver avuto il tempo e la possibilità di affidare ad un bambino una bussola che gli permettesse di ricostruire un significato, una logica spiegazione.

Forse un limite di questo romanzo è l'eccessivo accumulo di riflessioni, spesso condivisibili, almeno dal mio punto di vista, anche se non particolarmente originali; sui pericoli del potere ("Chi ha il potere di Ciro tende a dimenticare che il potere genera responsabilità e preferisce credere che il male stia sempre negli altri"), sul valore dell'insegnamento ("[...] i maestri di oggi, [...] erigono barricate contro un nemico più grande e insidioso. Il fatto che continuino il loro lavoro, giorno dopo giorno, è un affronto ai poteri del mondo, che incoraggiano l'ignoranza delle masse [...]), sulla paternità, su come è cambiata nel tempo a seguito della crisi delle nostre identità personali, a seguito della difficoltà odierna di rappresentare "una figura unica, tutta d'un pezzo", sul valore dell'insegnamento di chi ci ha preceduti ("Le nostre vite si affacciano sull'orizzonte delle vite passate [...] che sono state un ponte tra ciò che è stato e ciò che è, e ci hanno consentito il passaggio, il transito sull'abisso, il raggiungimento di una montagna che è più alta di tutte le precedenti - ma non è l'ultima").

Infine molto bella la descrizione delle reazioni di un ragazzo di fronte a ciò che non capisce, la difficoltà di accettare alcune scelte degli adulti che paiono inutilmente vessatorie; pagine che ci riportano un po' indietro, ricordandoci ciò che si provava crescendo, adattandosi al mondo apprendendo piano piano le logiche sottese al "principio di necessità".

sabato 18 gennaio 2014

Come fossi solo - Marco Magini

"A Srebrenica l'unico modo per restare innocenti era morire"

 Siamo tutti concordi nel dichiarare orribili fatti come quelli accaduti a Srebrenica, l'eliminazione di 10.000 persone in pochi giorni, in nome di una presunta purezza etnica.
Diverso però è essere lì, affianco alle persone che stanno per andare a morire, affianco ai loro carnefici. Ad un certo punto, ciò che già sapevi diventa chiaro a livello viscerale, diventa incredibile che ci sia qualcuno che possa pensarla diversamente, diventa urgente il bisogno di fare qualcosa, di parlarne con qualcuno, il chiedersi se mai potrà risuccedere e cosa possiamo fare perché ciò non accada, e in parte serpeggia anche la paura di trovarsi davvero lì un giorno e il timore di non poter davvero fare qualcosa se l'uomo dopo tanti secoli e tante stragi, ancora non ha capito...
Tra i tanti motivi per cui questo libro mi è piaciuto subito è proprio per la sua capacità di farci percepire fisicamente l'orrore e l'assurdità delle guerre, di catapultarci nel bel mezzo di quelle afose di giornate, in particolare di quelle dettate da odii razziali. Trovo azzeccata la fascetta di copertina che domanda "Srebrenica 1995. Ma noi dove eravamo?". Pone una giusta domanda poichè, di là di dove fossimo allora, grazie a questo libro ci ritroviamo dove non avremmo comunque potuto essere, cioè esattamente lì. Mi piace sperare che chiunque legga questo libro e soffra con le vittime (e in parte coi "carnefici"), non possa mai compiere tali azioni o essere favorevole a divisioni etniche.

Un secondo motivo per cui amo molto questo libro è perché non si esaurisce con la vicenda di Srebrenica. Come ho avuto modo di ripetere più volte agli amici, questo libro riesce a rendere il dramma umano di tutte le persone coinvolte, il quale esula dalla vicenda singola di Srebrenica e diventa così paradigma di un problema più ampio relativo alle responsabilità umane. 

Un libro che farei leggere a scuola, o che consiglierei, se avessi ragazzi in età da liceo. Un libro da diffondere, affinché certe cose possano non riaccadere non solo perché sappiamo essere sbagliate ma anche perché soffriamo a causa di esse.

mercoledì 15 gennaio 2014

Per dieci minuti - Chiara Gamberale

Un libro di cui avevo letto ottimi commenti e presentatomi come un libro da regalare; forse mi aspettavo troppo e di fatto ho trovato pochi spunti interessanti, al di là dell'idea di fondo che sia possibile uscire da/convivere con una depressione cercando di concentrarsi su ciò che di bello la vita può offrirci (banalizzo, ma questo mi è sembrato il succo del libro).
In ogni caso lo consiglierei, ma che sia chiaro che non è poi tutta questa rivelazione...