"A Srebrenica l'unico modo per restare innocenti era morire"
Siamo tutti concordi nel dichiarare orribili fatti come quelli accaduti a Srebrenica, l'eliminazione di 10.000 persone in pochi giorni, in nome di una presunta purezza etnica.
Diverso però è essere lì, affianco alle persone che stanno per andare a morire, affianco ai loro carnefici. Ad un certo punto, ciò che già sapevi diventa chiaro a livello viscerale, diventa incredibile che ci sia qualcuno che possa pensarla diversamente, diventa urgente il bisogno di fare qualcosa, di parlarne con qualcuno, il chiedersi se mai potrà risuccedere e cosa possiamo fare perché ciò non accada, e in parte serpeggia anche la paura di trovarsi davvero lì un giorno e il timore di non poter davvero fare qualcosa se l'uomo dopo tanti secoli e tante stragi, ancora non ha capito...
Tra i tanti motivi per cui questo libro mi è piaciuto subito è proprio per la sua capacità di farci percepire fisicamente l'orrore e l'assurdità delle guerre, di catapultarci nel bel mezzo di quelle afose di giornate, in particolare di quelle dettate da odii razziali. Trovo azzeccata la fascetta di copertina che domanda "Srebrenica 1995. Ma noi dove eravamo?". Pone una giusta domanda poichè, di là di dove fossimo allora, grazie a questo libro ci ritroviamo dove non avremmo comunque potuto essere, cioè esattamente lì. Mi piace sperare che chiunque legga questo libro e soffra con le vittime (e in parte coi "carnefici"), non possa mai compiere tali azioni o essere favorevole a divisioni etniche.
Un secondo motivo per cui amo molto questo libro è perché non si esaurisce con la vicenda di Srebrenica. Come ho avuto modo di ripetere più volte agli amici, questo libro riesce a rendere il dramma umano di tutte le persone coinvolte, il quale esula dalla vicenda singola di Srebrenica e diventa così paradigma di un problema più ampio relativo alle responsabilità umane.
Un libro che farei leggere a scuola, o che consiglierei, se avessi ragazzi in età da liceo. Un libro da diffondere, affinché certe cose possano non riaccadere non solo perché sappiamo essere sbagliate ma anche perché soffriamo a causa di esse.
Siamo tutti concordi nel dichiarare orribili fatti come quelli accaduti a Srebrenica, l'eliminazione di 10.000 persone in pochi giorni, in nome di una presunta purezza etnica.Diverso però è essere lì, affianco alle persone che stanno per andare a morire, affianco ai loro carnefici. Ad un certo punto, ciò che già sapevi diventa chiaro a livello viscerale, diventa incredibile che ci sia qualcuno che possa pensarla diversamente, diventa urgente il bisogno di fare qualcosa, di parlarne con qualcuno, il chiedersi se mai potrà risuccedere e cosa possiamo fare perché ciò non accada, e in parte serpeggia anche la paura di trovarsi davvero lì un giorno e il timore di non poter davvero fare qualcosa se l'uomo dopo tanti secoli e tante stragi, ancora non ha capito...
Tra i tanti motivi per cui questo libro mi è piaciuto subito è proprio per la sua capacità di farci percepire fisicamente l'orrore e l'assurdità delle guerre, di catapultarci nel bel mezzo di quelle afose di giornate, in particolare di quelle dettate da odii razziali. Trovo azzeccata la fascetta di copertina che domanda "Srebrenica 1995. Ma noi dove eravamo?". Pone una giusta domanda poichè, di là di dove fossimo allora, grazie a questo libro ci ritroviamo dove non avremmo comunque potuto essere, cioè esattamente lì. Mi piace sperare che chiunque legga questo libro e soffra con le vittime (e in parte coi "carnefici"), non possa mai compiere tali azioni o essere favorevole a divisioni etniche.
Un secondo motivo per cui amo molto questo libro è perché non si esaurisce con la vicenda di Srebrenica. Come ho avuto modo di ripetere più volte agli amici, questo libro riesce a rendere il dramma umano di tutte le persone coinvolte, il quale esula dalla vicenda singola di Srebrenica e diventa così paradigma di un problema più ampio relativo alle responsabilità umane.
Un libro che farei leggere a scuola, o che consiglierei, se avessi ragazzi in età da liceo. Un libro da diffondere, affinché certe cose possano non riaccadere non solo perché sappiamo essere sbagliate ma anche perché soffriamo a causa di esse.
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