venerdì 9 maggio 2014

Tempo di uccidere - Flaiano

Ho letto questo libro per il gruppo di lettura a cui sto partecipando, scoprendo che a molti questo libro non è piaciuto.
In sintesi, posso dire che del libro mi è piaciuto:
- il fatto che mi abbia coinvolta, trasmettendomi il sentimento di angoscia vissuto dal protagonista;
- l'ambientazione in un luogo e un'epoca dei quali nessuno parla mai in Italia, quella del colonialismo italiano, delineandone (e facendomi conoscere) alcuni aspetti e ambienti.
Non mi è invece piaciuto:
- la costruzione del romanzo, un po' artificiosa
- il simbolismo a volte oscuro.

Per entrare nel merito, pur avendo molte pecche questo libro a me ha comunque fatto vivere una esperienza interessante, e dato che una delle cose che amo della letteratura è la capacità di farmi vivere storie che non voglio/posso vivere di persona, devo dire che, in linea di massima, mi è piaciuto. Infatti come spesso - purtroppo - mi accade, ho letto questo libro tutto d'un fiato. Scrivo "purtroppo" perchè a volte temo che questa urgenza di finire un libro, sapere cosa accadrà pagina dopo pagina, possa farmi perdere dei dettagli preziosi, fagocitati dalla fretta di terminare. Ma tant'è. Mi appassiono e non riesco a staccarmi dal libro.
Per questo libro tra l'altro ho fatto una cosa che mai avevo fatto in vita mia: a metà volume ho letto l'ultimo capitolo. Questa esigenza è stata dettata non solo dall'ansia di sapere cosa sarebbe successo, ma soprattutto dall'abilità di Flaiano nel creare un personaggio dominato dall'angoscia e dalla paranoia; stati d'animo che - nel mio caso - finivano per coinvolgere pure me in un crescendo di pensieri ossessivi che alla fine ho preferito "gestire" e tenere sotto controllo andando a sbirciare la fine del volume.
Reputo dunque che un grande pregio di questo libro sia la capacità di trasportare il lettore nella storia, e soprattutto nella mente, malata, del protagonista (anche se so che molti del club di lettura sono invece rimasti indifferenti di fronte alle sue vicende), facendomi vivere l'esperienza di un ossessione; nello specifico il pensiero angosciante in cui può cadere chi crede di essersi ammalato di una malattia non curabile e che lo allontanerà da ogni affetto, impedendogli di tornare alla propria vita di prima; e di averlo fatto facendo qualcosa che non avrebbe dovuto fare, secondo i costumi della società (dunque provocandogli un gran senso di colpa), e cioè andando a letto con una persona conosciuta da poco. Nel libro si parla della lebbra, malattia che - a meta del Novecento - era incurabile, ma permetteva di vivere ancora a lungo, spegnendosi però poco a poco. Il libro è della fine degli anni '40, ma io non ho potuto fare a meno di pensare che oggi potrebbe descrivere lo stato di chi contrae l'HIV (malattia affatto sopita in Europa, nonostante - o forse proprio perché - non se ne parli quasi più) per essersi fidato di una persona che magari si era fidata di qualcuno di cui non avrebbe dovuto fidarsi; sembra contorto, ma "tra il 30 % e il 50 % dei sieropositivi dell'UE e sino al 70 % dei sieropositivi dei paesi europei vicini non sanno di essere stati infettati con il virus HIV"; insomma, penso possa far vivere le violente emozioni che immagino si possano provare quando si crede di essersi scavati una fossa da soli...

Tornando al libro, questo è forse l'aspetto che più mi è piaciuto, insieme all'ambientazione coloniale. A proposito di ciò, interessante, anche se non molto esplicita, la critica al colonialismo, incarnata in eroi negativi quali il sottotenente o il maggiore, rappresentazione di quella categoria di soldati partiti per l'Africa al solo scopo di trarne un profitto privato sfruttandola.

Concordo però, infine, coi miei compagni del club di lettura sul fatto che il libro non sia riuscito benissimo a Flaiano, che guarda caso poi non ha più pubblicato romanzi, ma solo forme brevi. Il libro è pieno di simbologie (il camaleonte, il coccodrillo, i profumi) molto opache e l'intreccio è a volte un po' rigido, con situazioni che paiono forzate o soluzioni che calano dall'alto (come le scene finali con Johannes; non dirò di più per non spoilerare troppo).

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