martedì 15 luglio 2014

Il Budda delle periferie - H. Kureishi

Ottimo libro, sia da un punto di vista stilistico che di contenuto.
La scrittura scorre veloce, rendendo la lettura piacevole e avvolgente, senza raggiungere vette poetiche ma permettendo di godersi il testo e il contenuto, a mio avviso il vero cuore di questo libro.
L'autore infatti, raccontando la maturazione del giovane ragazzo anglo-indiano Karim, riesce sia a dare un interessante ritratto della Londra anni Settanta da un punto di vista culturale - la musica hippy, il desiderio di liberazione sessuale, il bisogno di evadere da una società centrata sul lavoro e i doveri - e politico - la lotta di classe, le tensioni tra la comunità nera e quella bianca - sia, soprattutto, a tracciare un'interessantissima analisi dei rapporti umani creando un campionario di possibili errori e difficoltà incarnate in ogni coppia del romanzo: i due zii indiani, chiusi - soprattutto il marito - nella loro cultura d'origine e incapaci di aprirsi al nuovo, gli zii britannici, incapaci a loro volta di uscire da schemi sociali rigidi e precostituiti (anche se Ted mostrerà una strada di liberazione), i genitori di Karim, incapaci di ascoltarsi e parlarsi dopo anni di matrimonio e routine, nonostante la presunta e quantomai vaga "saggezza" che il padre vende agli inglesi bisognosi di trovare il proprio "Budda", e al tempo stesso anche la nuova coppia che il padre forma con la nuova donna, Eva, alla ricerca di una felicità nuova, libera dalle costrizioni borghesi matrimoniali, fuoco di paglia che finisce per essere suggellato da un matrimonio arrivato quando ormai i due amanti hanno smesso di ascoltarsi e osservarsi. Il trionfo dell'inascolto, delle relazioni che non trovano una via di dialogo che permetta un percorso condiviso: non si salva per Karim la relazione con l'amica d'infanzia Jamila, con l'amico Charlie, con l'amata Eleanor, con un fratello pressoché sconosciuto, ecc... Per ognuno di essi resta immutato l'affetto, ma l'incapacità di condividere i percorsi e di capire quelli altrui porta alla triste solitudine di ognuno e del protagonista.
Un finale un po' amaro quello del romanzo, che si chiude per Karim con una scelta lavorativa non troppo diversa dal lavoro impiegatizio del padre, e con una cena che dovrebbe essere una festa, nella quale però emerge solo, a mio avviso, la presa di coscienza del protagonista - "felice e triste" al tempo stesso - relativamente all'impossibilità di elevarsi da  una situazione di anaffettività e solitudine, riempita dalla vicinanza della famiglia allargata, presente e vicina, ma fondamentalmente distante e incapace di comprenderlo a fondo. Certo, il romanzo finisce con una frase di speranza ("Forse in futuro avrei vissuto con maggiore profondità. [...] Pesavo a che casino era stata la vita finora, e che non sarebbe andata sempre così"), ma sta a noi aver fiducia nel fatto che quelle di Karim non siano solo speranze. E soprattutto cercare di costruirci una vita diversa!

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